giovedì 4 luglio 2013

Vediamo se chi ha vissuto gli anni '80 se lo ricorda...

Sei lati, ogni lato 9 quadratini colorati, e tutti i lati che si possono muovere sia in orizzontale che in verticale..vi sembra di ricordare, vero? 43.252.003.274.489.856.000 (si, proprio 43 miliardi di miliardi..) di possibili combinazioni, e una sola che portava al risultato agognato, tutte e 6 le facce del colore giusto, nello stesso momento!
E'lui! e' il cubo di Rubik!




Uscito dalla mente malefica di un matematico ungherese, il cubo di Rubik é stato per noi ragazzi degli anni '80 quello che i Pokemon sono per i ragazzini di oggi, una mania, una febbre da cui non si poteva guarire. In tutti i formati e le dimensioni, ci giocavamo a tutte le ore, a scuola e fuori scuola, anche e soprattutto durante le lezioni..e mentre per molti l'unica soluzione possibile era quella di staccare i quadratini colorati e attaccarli dove serviva, ai campionati mondiali c'era chi lo completava in meno di 30 secondi (grr...grr..!!).

martedì 21 maggio 2013

LA FUGA DI LUCA


LA FUGA DI LUCA

Scusate tutto questo ritardo nell'aggiornare il blog, ma come molti di voi sanno ho avuto non pochi problemi col mio lavoro e per questo sono stato un po'latitante...ma comunque...rieccomi qua...oggi voglio postare una dei passi più 'senza fiato' del libro....la fuga del protagonista suoi tetti di Milano inseguito da alcuni balordi che lo vogliono pestare a sangue...
 
 
 

(…)

Si voltò per la prima volta e vide i tre più vicini che mai. Uno scatto un po’ più potente e lo avrebbero raggiunto senza problemi. All’improvviso vide a qualche passo un metallaro che stava uscendo dal portone del suo palazzo. Si infilò dentro di nascosto senza che lo sconosciuto fiatasse minimamente e salì le scale senza pensarci su due volte continuando però a sentire da sotto le voci dei suoi inseguitori e il rumore del portone chiudersi dietro loro.

Le gambe oramai non gli tenevano più, il fiato cominciava a dargli un senso di nausea insopportabile, l’addome dava forti contrazioni e l’eco delle grida che emettevano quei due non gli davano nessuna speranza... secondo, terzo, quarto piano. Il cuore era oramai arrivato in gola, pulsava come se dovesse esplodere da un momento all’altro.

Il resto dei piani li divorò come un incubo divora i sogni.

Finalmente arrivò ad una porticina che dava sul tetto, cercò di aprirla maneggiando con forza la maniglia... niente!

Guardò verso il basso ed i due ‘nemici’ erano al piano di sotto.

1... 2... 3... prese una breve rincorsa e sfondò quella porticina di legno verde; un attimo di smarrimento e poi intravide una scala appoggiata al parapetto del tetto, la montò, scese dall’altra parte dove c’era il tetto dell’edificio adiacente, sradicò la scala del muretto e la gettò di sotto.

Poco dopo sentì una voce... ”Dov’è, dov’è!... Non avrà saltato di là!”

Non lo avrebbero raggiunto senza la scala. Ciò non gli dava comunque una certa tranquillità.

Trovò una porta aperta che illuminava il tetto e che dava sulla tromba delle scale.

Ma perché scendere per le scale di quell’edificio con il rischio di incontrare davanti al portoni quei tre stronzi di nuovo?

La paura fa 90, come si suol dire, no?

Avrebbe sfidato un suo atavico timore - le vertigini -  pur di riuscire a farla franca e lasciarsi alle spalle quell’inatteso pericolo.

Chiuse gli occhi, fece l’ennesimo respiro e saltò a cavallo di un muro.

Avrebbe passeggiato sui tetti delle case che mancavano per finire il corso Como, sarebbe sceso per l’ultimo palazzo e poi sarebbe uscito dal portone con la speranza di non essere notato.
Fu la camminata più lunga e pericolosa della sua vita.

Proseguì con il corpo ‘incollato’ al tetto in posizione obliqua, cercando di mantenere il baricentro del suo peso in direzione delle tegole. Ogni passetto di lato era una scommessa con se stesso e con il suo equilibrio, un movimento sbagliato, una semplice leggerezza e sarebbe scivolato giù con poche speranze di aggrapparsi a qualcosa.

Raggiunse così l’ultimo tetto, quello con le tegole più umide e fredde. Aveva veramente paura adesso, l’umido delle tegole avrebbe potuto giocargli qualche brutto scherzo.

Le gocce di sudore freddo scorrevano sul suo collo fino a farsi sentire sulla schiena e centellinavano i secondi che scorrevano interminabili sotto quel cielo buio dicembrino.

Un ultimo sforzo e avrebbe potuto scorgere quell’ipotetica porta che lo avrebbe condotto al piano terreno del palazzo in questione.

Eccola lì, spuntava dalla cima del tetto con tutta la sua discrezione.

La sua mano afferrò finalmente l’ultima tegola, lasciò scivolare le gambe, appoggiò il ginocchio sull’orlo di cemento e scese sulla terrazza dell’edificio. La porticina era a qualche metro. Che liberazione!

Si appoggiò alla porticina cercando di asciugarsi il sudore sul collo e sulla schiena, diede un’occhiata prolungata intorno ed in seguito alzò gli occhi in cerca di una serenità che aveva aspettato da troppo tempo.

Il cielo di Milano era più buio del solito, una striscia indefinita di colore grigio che si perdeva con la linea dell’orizzonte e opprimeva col suo peso i tetti delle case di quel quartiere.

Qualche istante di rilassamento ed il freddo iniziò a penetrargli dentro il piumino ormai ridotto ad un sudiciume di giaccone.

La porta era chiusa maledettamente bene, nemmeno qualche forte spallata la avrebbe mossa di un millimetro.

Alzò il naso e notò una piccola finestrella. Un calcio secco e diretto nel centro del cristallo ed il finestrino si ruppe di botto lasciando qualche scheggia sul suo piumino ed altre conficcate nella cornice. Avrebbe rischiato tagli ed escoriazioni, ma passare la notte al gelo aspettando che qualcuno si fosse svegliato all’alba per aprirgli quella porta  sarebbe stata la sua condanna a morte.

Appoggiò il piumino alla cornice coprendo le punte e fece scivolare il suo corpo lentamente fino a cadere per terra dall’altro lato.

Riprese il piumino e cercò dentro le sue tasche un fazzoletto o qualcosa del genere: si era ferito a una mano. Il taglio non era profondissimo, ma gli procurò un dolore rapido e aspro che squarciò il silenzio di quell’antro.

Trovò in un taschino un pacchetto di fazzoletti di carta che macchiò tutti in una manciata di respiri. Il sangue continuava a fuoriuscire, ma per il momento doveva solo scendere quelle scale e uscire dal portone una volta per tutte.

Aspettò che la luce della portineria si spegnesse per fare l’ultima rampa e incollare la sua faccia ai vetri del portone.

Tutto pareva tranquillo. Avrebbe aperto la  porta e sarebbe scappato per quella stessa via che non riconosceva e che era ancora troppo vicina per dargli quella sicurezza necessaria per svignarsela.

Si tolse il piumino, lo appallottolò frettolosamente e lo nascose dietro il sottoscala. Prese qualche straccio che stava giusto lì, li arrotolò sulla mano sofferente e fece un nodo stretto.

Scrutò ancora un poco la situazione fuori dai vetri; aprì la porta e uscì dalla portineria.

Si indirizzò con passo svelto verso la fine del viale. Dopo una ventina di respiri si voltò per verificare che tutto fosse tranquillo. Calma apparente...

Sarebbe arrivato fino alla fine del viale ed in seguito si sarebbe messo a correre all’impazzata per allontanarsi il più velocemente possibile da quella zona.

Giunse al semaforo così tanto anelato e poi via...

Iniziò a correre verso il cimitero Monumentale, inghiottì strade, marciapiedi, palazzi nel giro di seicento respiri. Svoltò l’angolo... via Procaccini. Era abbastanza lontano per non essere visto. Ma adesso cosa avrebbe fatto? Dove sarebbe andato?

E mentre questi pensieri giocherellavano nel suo cervello vide passare dinanzi al suo naso il 33 che andava verso corso Sempione. Aguzzò la vista. La fermata era a un centinaio di metri, poteva farcela. Avrebbe preso il 33, poi chissà...

Per lo meno gli avrebbe dato la sensazione di essere al sicuro, di raggiungere qualcosa, fosse anche il capolinea del tram.

Ricominciò a correre sbracciandosi disperatamente in direzione del conducente, aumentò la corsa come per diminuire la distanza tra lui e il mezzo, ma tutto fu vano.

Rimaneva ancora qualche metro per raggiungere la fermata.

“Apri quelle porte, dai!” urlò a più non posso... Ma ormai quella cabina arancione su rotaia aveva di gran lunga superato la fermata.

sabato 23 febbraio 2013

Lo strano caso del signor Destino


Oggi voglio postare un dialogo divertente sul Destino tra Luca, il protagonista e una ragazza che perde come lui l'ultimo tram della notte...



(...) Solo adesso si rendeva conto di come era fatta, del viso che aveva, di come era vestita. Era bruna e aveva la pelle chiara, di un colore quasi roseo. Era piuttosto bassa di statura e vestiva tutta in nero; un paio di pantaloni neri che le calzavano a pennello e le accarezzavano delicatamente i fianchi, una felpa nera che lei faceva fuoriuscire dal piumino e le copriva il posteriore. Luca non poteva notare la sua pettinatura perché il cappuccio della felpa le copriva interamente la testa. L’andatura del corpo e la movenza delle spalle cercavano di coprirle il viso come in segno di timore o di timidezza nei suoi confronti.
E mentre s’ incamminarono verso via Caracciolo lei inizio a parlare di nuovo
“Ti piace Milano?”
“Questa notte la odio a morte, ma ci sono un po’ affezionato ho abitato sui Navigli fino all’anno scorso.”
“In che via abitavi?”
“In via D’Annunzio.”
“Veramente? Io ho abitato in via Vigevano, poi mi sono trasferita due anni fa con mio padre in zona Sempione perché si è diviso da mia madre e io ho scelto di stare con lui ...”
“Cavolo, e non ci siamo mai incrociati?”
“No, io credo di non averti mai visto prima...”
“Eppure stavamo vicinissimi di casa”
“Forse era destino che non dovevamo incontrarci prima...”
“Destino?”
“Sì, destino, perché?”
“A quest’ora di notte non mi metto a parlare di destino, dai…non dirmi che ci credi”
“Sì, certo”
“ E’ arrivata la chiromante…”
“Io non sono una chiromante, sono una ragazza normalissima… ma ricordati che nemmeno gli dèi vincono contro il Destino…non l’han mai fatto…hai  mai trovato nella Mitologia antica qualche pazzo che lo ha fatto?”
“Mhhhh”
“E se lo han fatto son tutti finiti male…”
“Mhhh…dalle mie reminescenze di Epica dalle medie forse Giove una volta”
“Ma sei matto??? Ma se Giove per fecondare la bella Danae  e assecondare il Fato si trasforma addirittura in pioggia d’oro per penetrare all’interno della torre dove era intrappolata e compiere il loro destino!!!”
“Quella volta lì…ma siccome Giove ne ha fatte tante…magari è stata in un’altra occasione…”
Mi guardò con aria perplessa.
“No, eh?”
“No”
“Magari Saturno…quello che ne aveva combinate di ogni, guarda…me lo ricordo come fosse ieri quando lo raccontava la prof…mica aveva mangiato le figlie o qualcosa del genere?”
“Negativo…gli avevano profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato e così lui per andare incontro alla sorte si mangiò i primi cinque appena nati, ma il sesto gli fu sostituito con una pietra avvolta in fasce… e sai chi era quella pietra realmente?”
“Eh no”
“Era Giove, quel monellaccio…che poi al padre gliela farà pagare con gli interessi scatenando una guerra e diventando poi lui il capo degli dei…”
“Caspita…”
“E quindi…”
“E quindi Saturno scartato…fa una brutta fine”
“E quindi?”
“E quindi mi sa che hai ragione…non me ne vengono in mente altri, oh…”
“Visto? Che non mi credevi…”
Luca la guardò come stesse fissando un marziano appena atterrato a Milano.
“Come fai a sapere tutte queste cose?”
“Liceo Classico Parini…tra versioni di greco e lezioni di Epica ne ho sentite di ogni…”
“Ah….”
“Però in fondo mi piace la mitologia greca e per questo che mi rimangono più impresse...pensa che una volta Poseidone…”
“No. Alt…basta…Ho già dato alle medie e mi è bastata l’Eneide… con questo qua che non arrivava mai a Roma o dove cavolo doveva arrivare… e prima i Ciclopi e poi la maga Circe e poi il dio dei venti…”
“Guarda che ti confondi con Ulisse…”
“Era l’Odissea??? Ecco…appunto..ho rimosso…”
Fece un sorriso e gli diede una spintina sulla spalla.
Una lieve brezza gli adagiò i capelli sul viso e lo fece rabbrividire.
I due si sorrisero.

sabato 2 febbraio 2013

perchè il titolo NOTTESENZAFINE?


Il racconto è per antonomasia una breve narrazione in cui il protagonista o i protagonisti sono i ‘player’ dell’azione e interagiscono con i personaggi secondari, ma non vi è un’evoluzione approfondita o un’ analisi psicologica dei medesimi…non c’è lo spazio per farlo in un racconto…in NOTTESENZAFINE invece sì…il protagonista Luca è ‘vittima’ di un’evoluzione interiore nel giro di una notte e la mia lente di ingrandimento si focalizza sul suo cambiamento psicologico che lo porterà ad un superamento delle sue più paure più nascoste con l’arrivo dell’alba. Per questo si avvicina più a un corto-romanzo che a un racconto.L’idea di evoluzione… di corsa sta anche nel voler scrivere il titolo tutto d’un fiato, il che vuole dare l’idea del ritmo incalzante dell’azione. 


Un’azione senza respiro. Non a casa il protagonista non porta orologi e a quei tempi (dato che il libro è ambientato a fine anni’80) i cellulari non esistevano…Luca misura il suo tempo ‘a respiri’. Calcola le sue azioni e misura le sue reazioni a quantità di respiri fatti. Questo per dare l’idea di una corsa frenetica nel cuore della notte al solo scopo di ‘salvare la pelle’ e voler ritornare semplicemente a casa. NOTTESENZAFINE, ha una giusta tensione ed un ritmo quasi vertiginoso che trascina fuori dal tempo il lettore. Il protagonista scopre davvero di tutto in una notte. Tutto di se stesso e delle sue ataviche paure. La notte lo porterà a superare le sue ansie e i suoi timori più reconditi. Un viaggio nel cuore della notte alla riscoperta del proprio IO…